Pentone (CZ), 20 OTT - Nella tasca porta sempre una fiche di 20.000
lire: tutto quello che gli rimase dopo aver giocato 40 milioni al
casinò. «La vita non è solo quella che si è vissuta, ma anche quella
che si sarebbe potuta vivere», lo ripete Mario Pugliese. Classe 1957,
si è messo a nudo di fronte alla sua comunità. Ha raccontato la sua
storia, 'una vita al limite' la definisce: l'infanzia senza scarpe, la
partenza per Milano, gli hotel (prigioni e stazioni), i giostrai, la
malavita - o la «vita mala» - la droga. Passa da un anno all'altro.
«Sono stato ospite della mia vita», ribadisce. Arriva al secondo
tempo: niente droga, impegno contro la violenza su donne e bambini,
passione per l'ornitologia e premi nei relativi concorsi. Condivide il
suo percorso nell'incontro organizzato dal Comitato civico "L'Arco".
Mette in guardia chi lo ascolta - soprattutto i giovani perché basta
un attimo per perdersi - e propone di istituire uno sportello per
minori e ragazze madri. Il racconto di una vita è stato introdotto da
Franco Gigliotti e Michele Merante, membri del Comitato. Entrambi
hanno sottolineato come Mario Pugliese ribadisca sempre che il suo non
è un esempio da seguire. A inizio serata Faustina Macrì ha letto la
lettera di una volontaria Caritas che ha operato nel carcere di Siano.
Mario Pugliese parte dell'infanzia. Nasce a Pentone. Dove gira sempre
scalzo, anche in una discarica alla ricerca di un po' di alluminio per
racimolare qualche soldo. A quattordici anni lascia la scuola edile e
parte per Milano. Da allora diventa un nessuno. «Pascolavo tra la
stazione e la metropolitana, se rubavi un cartone ti accoltellavano -
ricorda - giravano delinquenti, pedofili…dormire non si dormiva: avevo
paura». «Ho sempre vissuto rubacchiando», aggiunge. Entra ed esce dal
carcere minorile, molte volte si fa beccare di proposito: per avere un
pasto caldo e un posto dove dormire.
Un gruppo di giostrai lo prende con sé. Sulle prime sembra il paese
dei balocchi. Ma è un inferno. Mario vive da schiavo: recluso,
manodopera a costo zero, pranzo fuori accanto al cane. Riesce a
fuggire, scappa nei boschi. Per qualche tempo vive con gli zingari -
«almeno venivo trattato da essere umano» commenta. Dopo la malavita o
la «vita mala», come la chiama lui. L'incontro con la droga. «Ho
cominciato con gli amici, con il solito 'prova' - racconta - 'smetto
quando voglio'…mi fa ridere questa frase». Mario entra in un giro di
trafficanti: sarà arrestato, vivrà anche l'isolamento completo. Arriva
pure a fare uso di eroina. «L'eroina ti annienta, l'eroina ti fa
perdere il rispetto di te stesso - dice - non riesci a descrivere cosa
provi, ecco perché è così difficile uscirne». Ma Mario ne esce. E non
dalla porta dell'overdose o dell'aids. Ne esce pensando alle figlie,
dopo tentativi e ricadute, «crampi come coliche renali» e anni in cui
«il richiamo dell'eroina lo senti nella tua testa».
Oggi è ritornato nel suo paese, racconta la sua storia e forse si
sorprende dell'ascolto e dell'affetto dei suoi concittadini.
Rita Paonessa



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