Cinquefrondi (Reggio Calabria) – Che ci sia qualcosa che non va ormai è chiaro. E che non si tratti di una normale evoluzione patologica appare abbastanza evidente. Gli abitanti sono giustamente allarmati. I cittadini, preoccupati, si interrogano in mille domande le cui risposte talvolta rasentano apprensione e lo sforzo, spesso vano, di ricavarne di utili a motivarne le cause. S’è accesa una spia d’allarme rosso nel quartiere Aracri di Cinquefrondi, dove i residenti non passa giorno che provvedano alla conta di quanti abbiano subito l’attacco di patologie tumorali o di manifestazioni ad essa collegate e, in una sorta di macabra contabilità, facciano il rapporto dello status quo.
S’è costituito un comitato dal nome tristemente evocativo, “Ci stiamo rimettendo la pelle”, per raccogliere firme e sensibilizzare al massimo l’opinione pubblica sul problema e sollecitare al contempo un pronto intervento degli enti per la tutela dell’ambiente e della salute. Questione che, si badi bene, riguarda tutti. Si perché rimetterci la pelle, in effetti è quello che, - in una sorta di inarrestabile stillicidio- sta accadendo.
Le famiglie di quell’area, in particolare, stanno vivendo uno strano fenomeno di aumento esponenziale di un accadimento innaturale che ha iniziato ad affacciarsi con una certa preoccupante insistenza circa un ventennio fa. Certo è che fa impressione apprendere da verbali rimasti fino a poco tempo addietro inspiegabilmente secretati che, già nel 1997, Carmine Schiavone in audizione presso la Commissione ecomafie dichiarava l’esistenza di un «sistema che era unico, dalla Sicilia alla Campania. Anche in Calabria era lo stesso: non è che lì rifiutassero i soldi. Che poteva importargli a loro se la gente moriva o non moriva? L’essenziale era il business. So per esperienza che, fino al 1992, la zona del Sud, fino alle Puglie, era tutta infettata da rifiuti tossici provenienti da tutta Europa e non solo dall’Italia».
Allora oggi - a distanza tutto sommato di poco tempo - è possibile che si stiano raccogliendo i frutti avvelenati di quelle scelte contra personam. Un vero e proprio disastro ambientale che sta sfociando in una strage di innocenti. Il business della ndrangheta, i soldi sporchi, le ricchezze accumulate sulla pelle e sulla salute di ignari cittadini. E Cinquefrondi e l’area aspromontana come l’Aversano, la Terra dei Fuochi, l’area dell’Ilva? Ancora non è chiaro. Ma ai cittadini servono risposte. E’ in gioco la salute pubblica. Per questo mercoledì prossimo, 6 novembre, sarà in città una commissione tecnico-scientifica dell’Arpacal e del Centro di Epidemiologia Regionale Ambientale per cercare assieme alle istituzioni cittadine, al Comitato, ai residenti ed ai medici di base di fare il punto della situazione. Acque, suolo, sottosuolo ed aria gli elementi che saranno posti sotto esame per cercare di far luce, di spiegare scientemente cosa davvero stia accadendo.
Perché intanto la gente continua ad ammalarsi e morire. E di una cosa le famiglie del quartiere sono sicure: di non aver più bisogno di semplici rassicurazioni per placare l’agitazione. Perché non di agitazione si tratta, bensì di una vera e propria emergenza a conoscere la verità.
Giuseppe Campisi
S’è costituito un comitato dal nome tristemente evocativo, “Ci stiamo rimettendo la pelle”, per raccogliere firme e sensibilizzare al massimo l’opinione pubblica sul problema e sollecitare al contempo un pronto intervento degli enti per la tutela dell’ambiente e della salute. Questione che, si badi bene, riguarda tutti. Si perché rimetterci la pelle, in effetti è quello che, - in una sorta di inarrestabile stillicidio- sta accadendo.
Le famiglie di quell’area, in particolare, stanno vivendo uno strano fenomeno di aumento esponenziale di un accadimento innaturale che ha iniziato ad affacciarsi con una certa preoccupante insistenza circa un ventennio fa. Certo è che fa impressione apprendere da verbali rimasti fino a poco tempo addietro inspiegabilmente secretati che, già nel 1997, Carmine Schiavone in audizione presso la Commissione ecomafie dichiarava l’esistenza di un «sistema che era unico, dalla Sicilia alla Campania. Anche in Calabria era lo stesso: non è che lì rifiutassero i soldi. Che poteva importargli a loro se la gente moriva o non moriva? L’essenziale era il business. So per esperienza che, fino al 1992, la zona del Sud, fino alle Puglie, era tutta infettata da rifiuti tossici provenienti da tutta Europa e non solo dall’Italia».
Allora oggi - a distanza tutto sommato di poco tempo - è possibile che si stiano raccogliendo i frutti avvelenati di quelle scelte contra personam. Un vero e proprio disastro ambientale che sta sfociando in una strage di innocenti. Il business della ndrangheta, i soldi sporchi, le ricchezze accumulate sulla pelle e sulla salute di ignari cittadini. E Cinquefrondi e l’area aspromontana come l’Aversano, la Terra dei Fuochi, l’area dell’Ilva? Ancora non è chiaro. Ma ai cittadini servono risposte. E’ in gioco la salute pubblica. Per questo mercoledì prossimo, 6 novembre, sarà in città una commissione tecnico-scientifica dell’Arpacal e del Centro di Epidemiologia Regionale Ambientale per cercare assieme alle istituzioni cittadine, al Comitato, ai residenti ed ai medici di base di fare il punto della situazione. Acque, suolo, sottosuolo ed aria gli elementi che saranno posti sotto esame per cercare di far luce, di spiegare scientemente cosa davvero stia accadendo.
Perché intanto la gente continua ad ammalarsi e morire. E di una cosa le famiglie del quartiere sono sicure: di non aver più bisogno di semplici rassicurazioni per placare l’agitazione. Perché non di agitazione si tratta, bensì di una vera e propria emergenza a conoscere la verità.
Giuseppe Campisi

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