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Inaugurazione anno giudiziario a Reggio Calabria. L’intervento dell’On. Rosanna Scopelliti.

Di seguito il testo integrale dell’intervento dell’On. Rosanna Scopelliti all’inaugurazione dell’anno giudiziario, tenutasi quest’oggi (25 gennaio 2014) a Reggio Calabria.

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Signor Presidente della Corte d’Appello di Reggio Calabria, Signori Magistrati, Autorità Civili, Militari e Religiose, gentili ospiti presenti,è per me un grande onore poter porgere un saluto in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario nella città di Reggio Calabria, la terra delle mie radici familiari, e soprattutto la terra dove nacque mio padre, il magistrato Antonino Scopelliti, che lo vide crescere, che lo accompagnò verso l’avventura universitaria, la terra che lo ha visto progredire professionalmente fino all’onore di vestire la toga nella Suprema Corte di Cassazione, ma che sempre lo vedeva tornare per ritrovare i suoi affetti, per riappropriarsi dei suoi suoni, dei suoi odori, dei suoi sapori forti, ma anche la terra che ha raccolto il suo sangue, con il quale onorò quella toga per non permettere a nessuno di sporcarla di fango.
È anche a Suo nome che io vi porgo oggi il saluto, non solo a titolo personale come parlamentare della Repubblica, perché io non sarò sempre deputata, ma sarò sempre orgogliosamente la figlia di un magistrato caduto come un martire, la figlia di Nino Scopelliti, e quindi anch’io figlia di questa terra bellissima e sfortunata.
Non voglio abusare della vostra benignità nei miei confronti, quindi farò solo due o tre brevi considerazioni personali sulla situazione della Giustizia all’apertura di questo anno giudiziario.
La prima riguarda ovviamente l’argomento più discusso dopo la cerimonia di apertura dell’anno giudiziario tenutasi ieri presso la Suprema Corte di Cassazione a Roma, e cioè la necessità di affrontare il problema di raggiungere al più presto un importante obiettivo: come ha detto il ministro Cancellieri «dare un senso alla sanzione, e restituire la dignità alle persone detenute, è un dovere giuridico e morale».

In linea di principio mi trovo assolutamente d’accordo con il ministro.
Ma questa espressione di civiltà non si deve coniugare, a mio avviso, con la facile strada dell’indulto, comoda quanto effimera scorciatoia per dare un po’ di ossigeno ad una situazione di ingiusto ed inumano sovraffollamento carcerario.
Perché se non c’è dubbio sul fatto che i detenuti debbano essere trattati da esseri umani, io non ho altrettanti dubbi sul fatto che debbano poter scontare, nel pieno rispetto dei loro diritti,fino all’ultimo giorno di carcere per espiare la loro giusta pena detentiva.
Magari sperando che questa pena espii le loro colpe e li porti verso un cammino di redenzione.
I detenuti hanno i loro inalienabili diritti, ma anche le vittime dei reati da loro commessihanno diritto di verificare che Giustizia sia fatta.
In questa mia convinzione faccio tesoro di una frase che spesso pronunciava mio padre, quando diceva “Bisogna saper distinguere bene tra i diritti di chi osserva la legge ed i diritti di chi invece la infrange“.
E vedo, tra l’altro, che non mi trovo affatto sola sulla strada della contrarietà ad un provvedimento di clemenza che ha l’amaro sapore di una resa – e che non mi sembra al momento possa contare su numeri sufficienti nemmeno in Parlamento – visto che la richiesta di indulto levatasi anche in questa occasione ufficiale ha trovato la contrarietà dell’Associazione Nazionale Magistrati, del vicepresidente del Csm Michele Vietti e del primo dei pm italiani, il Procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani, che ha esortato molto saggiamente a costruire piuttosto più penitenziari, dato il tasso di criminalità italiano.
La storia recente dimostra che l’indulto non ha mai risolto a lungo il problema delle carceri, e comunque senza amnistia non si risolverebbe la questione delle pendenze dei processi,quasi nove milioni tra civili e penali, che è l’ennesima riprova di quanto sia sofferente e bisognoso di risorse straordinarie il mondo giudiziario italiano.
Mi addolora moltissimo aver saputo dell’incremento di reati connessi alle «nuove povertà», come i furti in appartamento, e alla crisi. Tra questi, i licenziamenti con “rito Fornero“, la revisione degli assegni di separazione, i fallimenti e le procedure di sequestro.
Consolante ed importantissimo il calo degli omicidi, il numero più basso degli ultimi 150 anni, ma sempre allarmanti i dati sulla delinquenza. Dal porto calabrese di Gioia Tauro infestato dalla ’ndrangheta per il traffico di cocaina, al «disastro» ambientale della “Terra dei fuochi, alla crescita dello stalking come deriva violenta della crisi di coppia.
Questi fenomeni criminali destano enorme allarme sociale, e non potrebbe certamente essere un buon segnale uno Stato che si dimostra incapace di affrontare con forza e decisione la piaga della criminalità e si arrende ad un’emergenza come quella carceraria aprendo le porte delle carceri invece di aprire nuove strutture e rafforzare gli organici di una Polizia Penitenziaria che solo per la generosità, l’abnegazione, lo spirito di sacrificio fino all’eroismo degli agenti, funzionari e dirigenti di questo Corpo, spesso dimenticato, ha tenuto alta la bandiera tricolore dello Stato di diritto sugli istituti di pena, anzichè la possibile, ed in certi casi quasi inevitabile, bandiera bianca.
Infine non voglio eludere l’altro grande tema in discussione, e cioè il perdurante stato di sofferenza dei rapporti tra magistratura e politica.
Io sto con il procuratore generale della Cassazione, Gianfranco Ciani, che ieri nel suo discorso alla cerimonia di apertura dell’anno giudiziario in Cassazione a Roma si è soffermato sui rapporti tra toghe e politica per ribadire che «la magistratura non persegue finalità politiche», pur ammettendo «che possano esserci stati errori».
Ciani ha stigmatizzato l’esposizione mediatica che gratifica certi magistrati che devono invece agire nel più rigoroso riserbo.
È anche fin troppo evidente l’impeto giustizialista di alcuni magistrati, come è evidente per alcuni di loro il sopravanzare della passione politica e della ricerca del consenso popolare tramite una sovraesposizione mediatica. Negarlo sarebbe un triste spettacolo di ipocrisia, e ieri i vertici della stessa Magistratura a Roma all’unisono hanno bacchettato le toghe «che hanno smanie di bonifiche politiche e sociali» e che peccano di «protagonismo» cercando «consenso» con le inchieste.
Ma al netto di queste eccezioni, e di qualche fisiologica percentuale di magistrati poco attenti che causano veri e propri danni all’amministrazione della Giustizia, rimane il dato di una Magistratura italiana di altissimo livello e che, come dice il vice presidente del CSM Vietti «tutta Europa ci invidia».
Concludo quindi con la speranza che si possano cominciare ad affrontare quest’anno i nodi strutturali più importanti della Giustizia in Italia, affrontandoli tutti insieme con il Governo, il Parlamento e la Magistratura, in un nuovo rapporto di stima e collaborazione reciproca, per il bene del popolo italiano nel cui nome, giova sempre ricordarlo, viene amministrata la Giustizia.

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Reggio Calabria, 25 gennaio 2014
On. Rosanna Scopelliti

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