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Le solitudini affollano le vie dei nostri viaggi esistenziali in questo tempo di deserti - DI PIERFRANCO BRUNI

Le solitudini affollano le vie dei nostri viaggi esistenziali in questo tempo di deserti

 

 

DI PIERFRANCO BRUNI

 

 

 

Siamo nelle solitudini. Le solitudini affollano le vie dei nostri viaggi esistenziali. Il tempo rompe la speranza negli schemi dell’esistere. Quante vite corrono lungo i nostri passi e quanti passa giocano sui nostri vissuti. La vita la morte. Infinitamente restiamo in piedi ma non ad osservare le stelle.  

Dante: “E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno). Dante: “Puro e disposto a salire a le stelle” (Purgatorio). Dante: “L’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso).

Ma Cronin ci insegno che “le stelle stanno a guardare. Le stelle? Qual è il filo tra la notte e l’alba. Tra l’alba il penombra? Bussa alla porta della vita, in ogni attimo dell’esistere, la vita dell’assenza. Quando l’assenza prende il sopravvento la vita continua ad esistere ma dentro la morte.

Più volte mi sono specchiato in questa maschera. Più volte ho cercato di capire e lo scrittore si pone, fino a quando quel bussare non spezza il chiavistello della porta, davanti a questa maschera - specchio con l’alchimia della letteratura, offrendo alla parola la magia del mistero, dell’indefinibile o soltanto dell’incomprensibile.

Perché in tutto questo c’è il “ragionamento”. Anche lo scrittore, che non ha mai creduto e non ha mai accettato la ragione o la filosofia del diritto alla logica, ha vissuto in quell’illusione del rapporto vita nella morte e morte nella vita. Lo scrittore che non ha incontrato il dolore dell’assenza, della perdita, della sconfitta. Ovvero non ha incontrato non il rischio o la paura per la propria morte. Ma il dolore per la morte di chi accanto ti è stato e continua, nonostante la sua assenza, a vivere…

Cade lo specchio. Cade la maschera. Cadono le illusioni e il tutto dal foscoliano senso degli orizzonti diventa niccianamente la maschera dell’urlo di Munch. Non basta accettare l’educazione alla vita. Occorre educare alla morte attraversando il dolore che è nella vita.

Credo che dovremmo penetrare in profondità la lezione d’amore di Krishnamurti. Occorre oltrepassare le ombre e le idee di Giordano Bruni e ascoltare sulle vie di Tebe cosa potrà dirci Tiresia o cosa potrà raccontarci Calipso o Circe. Non siamo immortali. Ma cominciamo ad essere mortali quando deleghiamo alla “fine” anche il principio. Non soltanto bisogna cercare di vivere in modo impeccabile. Bisogna confrontarsi con il sé della fine in modo impeccabile.

Io che non smetto di ricercare l’inizio e la fine, come mi insegnano costantemente Carlos Castaneda, Hesse e Cristo, ho bisogno di non domandare, ma di pormi sempre in ascolto.

Il monaco tibetano che incontra lo sciamano Dakota lungo le praterie o lungo il deserto non chiede mai quale strada può essere la più facile per raggiunge la meta. E lo sciamano che incontra il danzatore sufi non domanda perché girando nel giro giro tondo del cerchio gli occhi sono sempre rivolti al cielo.

Cosa chiedere alla vita che si appresta ad essere accolta dalla vita della morte? Fino a quando il dolore non tocca l’anima, non graffia lo sguardo, non spezza il cuore tutto ha una sua preziosa “giustificazione”. Nel momento in cui  la rassegnazione cerca di vincere l’Illuminazione, la luce si spegne e quelle ombre, in un passaggio di nuvole, diventano notte.

Cosa è la fine della vita? In quell’alba che è morto mio padre era presente la morte ed io ero assente e al suo chiamarmi io ero distante. Ma il passaggio, nel dolore e nella “grazia”, tra le vie sono state completamente attraversate. Con un voce debole, ma sicura ha chiamato mia madre: “Marì, santa Maria…”. Mia madre si è avvicinata di più al suo viso e la mano di mio padre si è aggrappata alla maglia di Maria e poi si è lasciata andare. Io non l’ho veduto. Mia madre mi ha raccontato e continua a raccontarmi questa traccia di destino.

Mi chiedo perché quella mattina non ero ad accompagnarlo in quel passaggio tra le luci e le ombre. Mi sono lasciato aggredire dalla rassegnazione ed ho perso  l’attimo dell’Illuminiazione. Ma se è vero che la morte si sconta vivendo (Ungaretti) è pur vero che si nasce per “vivere morendo” (Sancho Panza).

Perché ho raccontato ciò? Ha un senso? Tutti i significati dovrebbero avere orizzonti. Ho raccontato ciò che non avevo mai detto prima. Non credo che sia possibile, nella sacralità della vita e della morte, accettare il concetto di “qualità” riferito sia alla vita che alla morte.

Ho accompagnato mio padre in tutto il suo dolore e non ho mai smesso di stargli vicino, tranne in quel fatidico attimo che è il costo della separazione, e di “accanirmi”, come spesso si usa dire con questo termine brutto e terribile che uso anch’io purtroppo, per allontanarlo da quel settimo piano che egli vedeva, ovvero la lacerazione tra il giorno vero e il giorno immaginario (o immaginato). E non una sola volta non ho voluto staccare la speranza e non staccandola, nonostante che tutti gli scienziati non vedevano altre scelte, ho cercato di trasformare l’accettazione in Illuminazione. Non bisogna mai accettare il “non c’è più nulla da fare”.

La scienza di fronte al mistero diventa vuoto. La scienza confrontandosi con l’alchimia diventa nulla. La scienza dialogando con il sacro diventa effimera religione.

C’è sempre il silenzio della Luna, il dio del Sole, il Cristo oltre gli altari che sanno del viaggio. Ho fatto una scelta ed è quella di credere nella speranza sino all’ultimo respiro. Di credere alla via degli sciamani… Sino a quando si pone un fiammifero acceso davanti alla bocca e quel fiammifero si spegne la speranza è il miracoloso che detta alla grazia la magia della vita.

Ognuno di noi muore come vive. Ognuno di noi porta sullo scenario della morte la vita che ha vissuto e nella vita in cui ha creduto.

Io ho tentato di allungare, dico allungare, la vita di mio padre sino a quando la fiammella del fiammifero è rimasta accesa. Non permetterò a nessuno attenuanti nel dire “smettiamo di farlo soffrire”.

Io sono sempre per la vita. Sarò sempre per la vita. Questo è il viaggio che vorrei compiere e il viaggio che ho compiuto con mio padre. Lo scrittore diventa vero soltanto quando il dolore si trasferisce non solo nelle parole ma nel quotidiano vivere.

Dove sta l’esperienza diretta del sublime? Una domanda che spesso si pone Krishnamurti. Di un fatto nessuno potrà convincermi del contrario. Krishnamurti sottolineava: “La civiltà moderna è fondata sulla violenza, di conseguenza va in cerca della morte”.

Bisogna soffrire sino in fondo il dolore della vita per capire la vita e abbracciare la morte, ma bisogna accarezzarla lacerarla e lasciarsi penetrare dalla vita per respirare la morte. E non interrompere la vita perché troppo si soffre e troppo non ci si affida alla speranza al miracolo alla grazia all’alchimia alla magia.

Uno sciamano che ho conosciuto in un mio viaggio a Lima (in Perù) mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Non affidarti alle parole. La preghiera del vento è l’eco dei tuoi antenati. Ascoltali. Quando sarà tempo ti chiameranno e tempo sarà quando tu incontrerai la loro voce”.

Mentre il monaco tibetano, con il quale ho dialogato a Calcutta, mi ha sorriso.

Mi ha legato un cordoncino giallo e arancione al polso e mi ha detto: “Vivi sempre. Anche quando la morte ti raccoglierà. Namastè”.

Ma cosa rappresenta la fiammella del fiammifero che posto davanti al respiro di un uomo si spegne? Viviamo sempre nella luce di questo fiammifero acceso. Nel momento in cui il fiammifero si consuma possiamo accenderne un altro. Poi un altro ancora. Ma nel momento in cui è il fiammifero consumarsi da solo significa che la vita ha oltrepassato la soglia del tempio. È la solitudine che vive sulla soglia. Tra la vita e la morte la solitudine è il traghettamento della luce verso le ombre.

 

 




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Luigi Palamara
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
Cell.: +39 338 10 30 287
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