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L'Italia è uno Stato vittima nel declino della politica e nella confusione del diritto alla democrazia - di Micol Bruni

L’Italia è uno Stato vittima nel declino della politica

e nella confusione del diritto alla democrazia

 

di Micol Bruni

 

Una Nazione vittima crea uno Stato vittima. Ormai sarebbe opportuno anche in filosofia del diritto e nei diritto costituzionale, e non solo nella filosofia della politica, poter parlare di una filosofia del vittimismo applicata alla democrazie delle Nazioni. Ogni qual volta uno Stato ha difficoltà di definirsi in una strategia  di economia politica assume, soprattutto in Europa, una chiusura sia orizzontale che verticale nei processi che delineano le geografie politiche e soprattutto quelle dei flussi economici e le attrazioni di sviluppo.

Uno Stato vittima è una Nazione che ha avuto una sua identità, una sua realtà storica ben definita, una sua centralità nell’intreccio delle Europe. Si pensi al ruolo che ha rivestito la Prussia. La decadenza della Prussia, tra le cause politiche, militari e geo-economiche, è stata definita nella scomparsa di una eredità e nell’aver trasformato la sua identità primaria in una caduta che ha reso quella sua cittadinanza vittimismo.

Tutta la geografia Austo-Ungarica è da considerarsi, oggi, il risvolto di una democrazia e di una autorevolezza vittima. Ma questo elemento del vittimismo nasce dalla rassegnazione della sconfitta. Una Nazione vittima, in sostanza, è interprete di uno Stato che non ha smarrito ciò che aveva di primario: la filosofia della virtù.

Machiavelli ritorna spesso nei processi del Novecento perché “Il Principe” non è soltanto la struttura di una visione della politica tout court, ma è l’intreccio tra la forza del potere e il dialogare di una democrazia all’interno di uno Stato che deve essere autorevole ma rischia di diventare autoritario.

Perché Mussolini nel 1924, ne abbiamo già discusso, assume come valenza formativa la lezione di Machiavelli? Perché sin dal 1919, con il nascere dei Fasci di combattimento, la posizione di Mussolini, uscito vittorioso dalla Guerra Mondiale, pone all’attenzione la presenza di una necessità che era quella di uno Stato autorevole all’interno dello Stato italiano. Anzi l’obiettivo era quello di rendere una Nazione autorevole nei confronti dell’Europa occidentale e delle economie supponenti.

Machiavelli è il riferimento centrale perché per rendere uno Stato Nazione, e viceversa, nell’autorevolezza della politica e dei processi economici ha bisogno, la stessa idea di Stato – Nazione, di crearsi un “Principe”. Il rischio è che venendo meno il Principe viene meno l’idea dello Stato – Nazione, la quale subisce una caduta che è decadenza vera e propria. In questa decadenza subentra la visione di una cultura del vittimismo.

Pochi sono stati gli Stati che nel momento della loro caduta non sono stati investiti dalla “norma della Vittima”. Ciò si è verificato sia nei Regimi sia nelle democrazie. L’Italia dagli anni Novanta in poi è uno Stato vittima. Sembra vivere del proprio esilio. Ma la domanda più centrale, nelle fasi di difficoltà, è di natura prettamente politica e non soltanto istituzionale. La caduta si avverte proprio nel momento in cui si mischiano i ruoli tra la politica e le istituzioni.

Uno Stato in difficoltà, o in una sofferenza politica, non può permettersi di interrogarsi nella maniera più semplice che è quella di rapportarsi con le misure della democrazia. Ovvero con l’elettorato.

Uno Stato autorevole si affida con facilità al confronto con l’elettorato. Uno Stato vittima ha invece timore di confrontarsi con un elettorato, se per nella sua articolata funzione fluttuante.

Bisognerebbe recuperare il Machiavelli non solo de “Il Principe”, ma anche il Machiavelli del suo segretariato fiorentino. Uno Stato che riesce ad esercitare, in democrazia, un convincente potere ha la naturale forza di confrontarsi, senza paure intrinseche, con la democrazia dell’elettorato. In una società in transizione anche la politica assume i suoi processi transitori, ma bisogna fare attenzione perché se entra nel gioco del vittimismo ogni storia si lacera e ogni identità si perde.

Le democrazie, sia occidentali e ora orientali, sanno anche ricattare per favorire un gattopardismo che sembra strutturato nell’intreccio tra politica e processi istituzionali. Bisogna cercare di sconfiggere il pensiero debole e la leggerezza di una Nazione che si affida ad uno Stato vittima.

C’è la filosofia della politica che deve venire in soccorso da una parte. C’è l’economia della politica, o l’economia politica, che deve poter domare il precipitato di una crisi finanziaria, che non si giustifica affermando che l’intero pianeta è in sofferenza, dall’altra parte.

Uno Stato che non è vittima non è soltanto uno Stato libero. È piuttosto uno Stato in un pre coma e vive il tremore di una debilitante decadenza. Bisognerebbe ridare un senso sia all’idea di Stato sia a quello di Nazione, scavando tra le ore di quella storia che ha reso l’Italia uno dei Paesi più economicamente avanzati in una politica in cui la filosofia del diritto aveva un senso.

 




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Luigi Palamara
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
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