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L'epifania del tragico nel senso dell'infinito come rifugio di esistenze in un camminare nel tempo

L'epifania del tragico nel senso dell'infinito come rifugio di esistenze in un camminare nel tempo
di Pierfranco Bruni


C'è sempre, in ognuno di noi, una biografia metafisica, oltre ad una biografia che intreccia la dimensione del presente con una visione storica.
La biografia offre un senso all'uomo.
In letteratura lo scrittore vive la duplice biografia sia sul piano di una geografia che è  esistenziale sia sul piano di una storiografia che ha il valore della perdita di misura del tempo reale. Il tempo reale ha la necessità di confrontarsi con quello storico.
Ciò viene vissuto come una epifania. Ma la epifania ha due intrecci esistenziali: il segreto e il senso del cosmico. Il segreto ha una universalità personale che porrebbe essere definita privata. Il senso del cosmico si apre ad una universalità che ha la sua spaziatura esistenziale e letteraria. Entrambi si vivono come presente e come raccordo tra i linguaggi che restano nel tempo della pagina.
Lo scrittore, in fondo, resta sempre un istrione. Proprio per questo la sua pagina è una confessione.
Giuseppe Berto sembra uno scrittore che non ha mai perso l'attenzione per il lettore. Questo è vero per ogni scrittore. Ma in Berto prevale la confessione. Anche quando racconta avventure lontane dalla sua storia e dalla sua biografia prevale comunque la confessione. La confessione è fatta di segreti personali e di senso cosmico. In ciò è impareggiabile la sua impazienza.
Uno scrittore si confronta spesso con la propria impazienza. È nella propria impazienza che si accorge del bisogno della scrittura. Berto è stato uno scrittore che ha quasi  giocato drammaticamente con la propria impazienza sino a fare della stessa impazienza un mosaico di dubbi.
In termini letterari - filosofici le sue pagine hanno sempre fatto i conti con il dubbio. Ciò vuol dire che ha messo in discussione sempre una probabile verità raggiunta. Essere impazienti e vivere l'impazienza è attraversare le mute solitudini.
Berto è stato un attraversato  di solitudini. Ma anche un ricercatore delle speranze. I suoi romanzi vivono di grandi solitudini e sanno anche che ogni solitudine ha il tracciato di una speranza che va oltre il mistero stesso perché  dietro ogni luna di notte c'è uno spazio che conduce a confrontarsi con la morte. Ma la morte è compagna stretta della solitudine. Il vero interlocutore della morte, ha sottolineato Giuseppe Berto, è  il sentimento di solitudine che si enuclea su scavi di esistenze.
La Calabria, in fondo, è una metafora che sa di mare perché è mare e sa di campagne boschi alberi roveti e terre perché è tale. Le solitudini di intrecciano. Nel romanzo "Il male oscuro" si ascolta: "Qui mi costruirò con le mie mani un rifugio di pietra e avrò intorno un pezzo di terra per farne un orto, non molto grande, naturalmente, perché non ho la forza nelle braccia che troppo poco conoscono la fatica; e penso che, in conclusione, questo porrebbe andare bene come luogo della mia vita e anche della mia morte".
Non è un capitolo nello spazio vita - letteratura di Giuseppe Berto.   È la letteratura che si è fatta vita nella vita raccontata come estremo limite della letteratura.
Il rifugio di cui parla Berto è un luogo reale ma è dentro quella biografia metafisica che ha è stata sempre il riferimento di una scrittura - esistenza. Il mare come isola e l'isola come rifugio di una metafora nella metafisica della biografia. Ma lo scrittore è intrecciato nell'intellettuale.
I suoi romanzi sono destino. Restano nell'incontro che imbatta  la speranza con l'illusione. L'intellettuale sfiora lo scrittore. A chiusura della Prefazione de "Il brigante", aprile 1974, Giuseppe Berto lascia scritto: "Noi non capivamo molto, e facevamo speranza di ogni illusione. Ma se poi siamo approdati ad esibizionismo o corruzione, o ad uno stanco scetticismo, la colpa non è tutta nostra".
E così si apre un nuovo percorso. Quello dell'intellettuale che vive la scrittura e le crisi di una temperie che ha assorbito le decadenze e gli scetticismi. Ma Berto resta comunque l'impaziente scrittore nell'inquieto e irregolare gioco tra la speranza la solitudine e la morte. A suggellare questo legame non può che essere il breve ma intenso e tragico "Anonimo veneziano".
Oltre cosa può esserci? L'oscuro male prepare il senso del tragico. Il veneziano anonimo segna il passaggio dal tragico alla morte. Qui, il Berto nell'intreccio tra biografia metafisica ed esistenza della scrittura.
L'epifania del tragico del camminare negli orizzonti tra il finito e l'infinito per superare il segreto e il mistero di una vita oltre il tempo in un rifugio di esistenze: Giuseppe Berto.



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Luigi Palamara
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT

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