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Il governo delle lunghe attese. Ostaggio dei partiti e della sepolta riforma della legge elettorale

Il demerito più grande di questo governo a puzzle e dalla lunghe attese è innanzitutto uno: quello di non aver voluto metter mano prioritariamente al cambio della legge elettorale. Parrà strano in momenti come questi in cui ciascuno degli interessati componenti sottopone all’agenda di governo le sue priorità, dalle più meritevoli di attenzione alle più disparate, per giunta. Ma è utile polarizzare l’attenzione partendo dalla coraggiosa (ma non a torto criticata) scelta di resistere da parte di Napolitano.

Nel suo secondo discorso di permanenza al Quirinale, a Camere plenarie, acutamente il primo invito del bis-presidente rivolto ai parlamentari tutti fu proprio quello di rinnovare con urgenza le regole per le elezioni dei rappresentanti del popolo, che al di là di ogni retorica, conteneva implicita spiegazione della sua rielezione: atteso che l’attuale legge elettorale era e rimane un distributore di poltrone per voleri di partito e genera instabilità a governare e che la situazione drammatica non consentiva ulteriori traccheggiamenti, egli fu costretto ad accettare il richiamo delle sirene dei partiti e convinto a restare al proprio posto sia perché i maggiorenti di partito avevano dato disponibilità a formare un governo di larga maggioranza per pacificare un po’ gli animi corrosi da una virulenta campagna elettorale ma anche perché gli stessi leaders avevano promesso, senza particolari condizionamenti e contrapposizioni, che avrebbero avviato le riforme necessarie a stabilizzare il quadro istituzionale fortemente minato dai marosi della crisi. In cima alle priorità vi era – come detto e come auspicato - la modifica del sistema elettorale.

Atto quindi non voluttuario ma essenziale. Già perché era proprio partendo dalla nuova legge elettorale, licenziata prioritariamente dalle Camere, che nessuna fazione politica avrebbe avuto in mente di tenere in ostaggio il governo minacciandolo continuamente di crisi con la pistola carica dell’intimidazione di restituire la parola al corpo elettorale, frapponendo ostacoli e particolarismi da realizzare per soddisfare interessi di bassa bottega per appagare il proprio elettorato di riferimento (Iva, Imu, F35, riforma del lavoro e delle pensioni..) o provvedimenti di piccolo cabotaggio a colpi di ricatto del “tutti a casa!”, ben sapendo che anche nuovamente rimettendosi alle urne, il risultato ottenuto sarebbe stato sempre lo stesso: la sostanziale ingovernabilità.

Quindi punto e a capo. Ecco svelata qual è la vera arma formidabile in mano alle parti politiche, specie al Pdl che si sente insolitamente in mano la golden share sul governo permettendo ai suoi notabili di tormentare quotidianamente l’esecutivo con intimazioni il più delle volte bizzarre se non addirittura insostenibili (ed a proposito quanto dichiarato dal FMI sul mantenimento dell’Imu sulla prima casa la dice lunga sulla bontà dei provvedimenti che si vorrebbe imporre..). Allora, anche Napolitano, mantenendo fede ai suoi obblighi, avrebbe il dovere di marcare stretti i corifei di partito, richiamandoli all’ordine e promuovendo egli stesso, con la corrispondente sollecitudine che il caso ammette, il celere compimento di questo passo che sgombrerebbe il campo da ogni e qualsivoglia equivoco e sottrarrebbe ai novelli gerarchi la possibilità di assaltare la diligenza dell’esecutivo spuntando loro le armi intimidatorie. Mantenere intatta questa facoltà significa non solo consentire ai “bravi” di partito pungolare minatoriamente il governo tenendolo in scacco su ogni provvedimento, ma anche implicitamente di manovrarne le sorti a piacimento, persuasi che anche lo scioglimento delle Camere per mano presidenziale, sortirebbe lo stesso effetto del solletico della pulce all’elefante.

Giuseppe Campisi
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