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Sovranità nazionale e identità linguistica: da Dante al giurista Alfredo Rocco di Micol Bruni

Sovranità nazionale e identità linguistica:

da Dante al giurista Alfredo Rocco

 

di Micol Bruni

 

 

La lingua è un bene culturale di una Nazione chiamata Patria? Siamo in punto di diritto, ma il diritto di uno Stato ad identificarsi come Nazione passa inevitabilmente attraverso la difesa, la valorizzazione e la conoscenza, nei “tempi di un vocabolario sommerso” che attraversa le diverse età delle società, di una eredità, che oltre gli elementi antropologici e storici, che è data dalla lingua.

La lingua ha sempre avuto la funzione di focalizzarsi come identità. Le lingue, sommerse o meno, formano la lingua che ha una comunicazione valoriale e una partecipazione nei processi che sono stati storici, sono modelli contemporanei, sono realtà che si formano in un linguaggio che diventerà linguaggio comune.

Ma il rapporto tra Storia e Nazione, oltre ad una visione, ripeto strettamente antropologica e storica, crea un legame che si centralizza nella “istituzione” di una lingua che viene definita ufficiale.

In tal senso è da considerarsi un bene culturale, in quanto è patrimonio identitario, ma è un bene culturale come principio fondante in un articolato intrecciarsi di atti e di fatti che conducono, appunto, ad un impatto comunicativo.

La lingua è, dunque, un processo valorizzante anche in una chiave di lettura che pone come ragione di un principio di appartenenza un territorio. La lingua, infatti, è un territorio. Ed essendo tale è una realtà politica in cui il senso geografico assomma le voci diversificanti per definirle in una comune attrazione.

Da Dante a Manzoni l’identità italiana si è sottoposta a costanti verifiche della ragione. La lingua di Dante non è quella di Manzoni, per il semplice fatto che si è consumata una visione geo-politica dei tessuti storici e antropologici, che si sono incastrati nel comunicare del popoli. Un  tale comunicare è diventato un mosaico di civiltà.

Se Dante resta un punto di riferimento, riferimento mutevole nei fatti e nelle geografie, Manzoni ha ceduto, quotidianamente, ai processi cangianti della parola come essenzialità di diritto. Il “De Monarchia”, scritto e letto in latino, trova la sua chiave interpretativa, anche in una dialettica politica, ne “Il Principe” di Machiavelli.

La ragione della storia diventa l’assimilabile processo tra lingua e storia in una dimensione in cui la ragione dell’affermazione di una identità è ragione dell’identità in progress.

Il bene culturale, applicato come patrimonio identitario della lingua, diventa ragione del diritto identitario. Il limite tra la lingua come espressione di un vocabolario e la lingua come ragione di diritto di una Nazione non può viversi se non dentro la vera giurisprudenza di una “proprietà”, mai contesa ma sempre condivisa, tra il concetto di popolo e il concetto di Patria nella fusione di una idea di Nazione.

Mi sembra che occorre ritornare su tali questioni che non riguardano più la mera analisi testuale, in letteratura, che va da un mal letto Dante e un cattivo digestivo alla Calvino (la cui leggerezza e il suo sentiero dei ragni leggeri ha portato macerie linguistiche), e in giurisprudenza da Cicerone al giurista Alfredo Rocco e in filosofia da Seneca a Gentile.

La lingua non è solo uno strumento. È l’azione con la quale si identifica una Patria. Si continua a leggere male Dante e a proporlo peggio con l’obsoleta analisi del testo. Cosa è l’analisi del testo in una società multilinguistica come la nostra? Come è possibile applicare il “codice” del “De Monarchia” se non si passa attraverso il Machiavelli della realtà linguistica anche attraverso moduli politici? E allora è giusto considerare la lingua un bene culturale, ma il bene culturale è un patrimonio e il patrimonio è il pater che si lega costantemente al figlio.

La lingua va salvata ma non vanno temuti le “anarchie” linguistiche della cultura contemporanea. Soltanto non avendo timore, Dante potrà parlare del suo tempo con il suo linguaggio da profeta veggente. Tutto ciò è necessario soprattutto se si considera la lingua come la vera ragione del diritto di una Nazione. Ma tra diritto della ragione e ragione del diritto la lingua è la vera e unica Istituzione di una sovranità nazionale.

 




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Luigi Palamara
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
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