"Nel contesto di questa crisi terribile, Pasqua ci trova in una situazione istituzionale critica, che appesantisce quella economica". Lo afferma l'Arcivescovo di Reggio Calabria, mons. Giuseppe Fiorini Morosini. "Gesù, vincendo la morte - aggiunge - è garante che tutti i mali possono essere vinti, anche le nostre crisi economiche, politiche, religiose e istituzionali. Il nostro deve essere un atto di fede in un mondo che può cambiare se scommettiamo sulla speranza". I rapporti tra Liturgia e pietà popolare sono antichi
MA QUELLE "PUPAZZE" DELLA DISCORDIA NON SONO LE MARIONETTE DEL TEATRINO
Domenico Salvatore
Nel calendario liturgico cattolico la Domenica delle Palme è celebrata la domenica precedente alla festività della Pasqua. Con essa ha inizio la settimana santa ma non termina la Quaresima, che finirà solo con la celebrazione dell'ora nona del giovedì santo. In ricordo di questo, la liturgia della Domenica delle Palme, si svolge iniziando da un luogo al di fuori della chiesa dove si radunano i fedeli e il sacerdote benedice i rami di ulivo o di palma che sono portati dai fedeli, quindi si dà inizio alla processione fin dentro la chiesa. Qui giunti continua la celebrazione della Messa con la lunga lettura della Passione di Gesù. In questo giorno la Chiesa ricorda il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma… Nella mitologia greca si narra che già la dea Atena lo offrì agli ateniesi in segno di pace dopo aver sconfitto Poseidone. Non c'è nessuna ondata iconoclasta. Ma non sarà facile cancellare con un colpo di spugna le famose "Pupazze". Una tradizione che affonda le radici nel tempo. La fede, non è stata attaccata o messa in discussione; non è abbandonata in balìa delle onde e di se stessa. I Vescovi e i sinodi regionali intervengono nell'organizzazione del culto stabilendo norme, vegliando sulla correttezza dottrinale dei testi e sulla loro bellezza formale, valutando le sequenze rituali, senza smorzare l'originaria creatività; che non sia tuttavia arbitrarietà. Liturgia e pietas popolare, possono coesistere? Sul banco degl'imputati, il modo di esprimere il culto cristiano, senza uscire fuori dal seminato. Nel volgere dei secoli, il popolo di Dio ha attraversato stagioni differenti che hanno variamente influito. Si legge da qualche parte che…La Chiesa, pur rigorosa per quanto riguarda le condizioni interiori e i requisiti ambientali per una degna celebrazione dei divini misteri, non dubita di incorporare essa stessa nei riti liturgici forme ed espressioni della pietà individuale, domestica, comunitaria. perché la conversione al Vangelo non avvenga a scapito della loro tradizione culturale, anzi la stessa Liturgia risulti arricchita di nuove legittime espressioni cultuali. La patata bollente delle "Pupazze" di Bova e Roghudi: hanno a che vedere con la così detta 'Pietà popolare', che comunque è espressione della fede? O sono delle figure pagane se non esoteriche? Che incidenza hanno nella vita spirituale dei fedeli? Nelle formule di preghiera e nei gesti di devozione posti da cristiani sia riconoscibile la fede cristiana . "La religiosità popolare, che si esprime in forme diversificate e diffuse, quando è genuina, ha come sorgente la fede e dev'essere, pertanto, apprezzata e favorita.
Il Concilio, ricordava anche che "La vita spirituale non si esaurisce nella partecipazione alla sola Liturgia" ; occorre operare in modo da essere in armonia con la sacra Liturgia. In primis, non diciamo Ego te absolvo a peccatis tuis, in nomine patris… conosciamo le comunità grecaniche da almeno mezzo secolo. Da quando cioè, abbiamo cominciato a scribacchiare sui giornali, che pazientemente, ci hanno sopportato con rassegnazione cristiana; ed ancora perseverano e persistono. Abbiamo conosciuto e dialogato, se non operato fianco a fianco, con i vescovi delle due Diocesi poi unificate ed un'infinità di preti, suore, monaci, diaconi, suddiaconi, persone, personaggi e personalità, vicine alla Chiesa Cattolica, Apostolica Romana ecc. Ci siamo confrontati sul viale della dialettica; talora in maniera anche serrata. Da Bagnara a Brancaleone. Siamo stati redattori-caposervizi del Giornale della Chiesa reggina "L'Avvenire di Calabria". Abbiamo sviluppato, nel nostro piccolo, temi di carattere storico, apologetico, spirituale e morale in difesa della Chiesa e della Civiltà cristiana.Conosciamo bene le comunità cattoliche, di cui ci siamo occupati per giornali, radio e televisione. Sappiamo bene pure le battaglie di civiltà, condotte per poter esercitare la libertà di cristiano per difendere la fede che hanno ricevuto con il battesimo e che costituisce il bene più caro.
Motta San Giovanni, Montebello Jonico, Melito Porto Salvo, Bagaladi, Roccaforte del Greco, San Lorenzo, Roghudi, Condofuri, Bova, Bova Marina, Brancaleone, Palizzi, Staiti…le radici cristiane di queste comunità sono molto profonde. Fermo restando lo scontato ed inevitabile "canto delle sirene" del deviazionismo, sempre in agguato. Homo homini lupus. Tuttavia, conosciamo bene il grado di cattolicità di queste collettività grecaniche. Comprese quella boviciana e roghudese, nell'occhio del ciclone per l'impennata morosiniana, improvvisa. Siamo pronti a scommettere con chiunque, senza tema di essere smentiti. A prescindere dalla certificazione morale e spirituale dei parroci e dei vescovi stessi. C'è pure il santo (Gaetano Catanoso) a testimoniarlo, qualora ci fossero dei dubbi. E qualche altro santo italo-greco, meno gettonato, ma non per questo, meno importante. E c'è la devozione verso la Madonna, Gran Madre di Dio e Madre Nostra. La Madonna Nera, di origine bizantina, che si venera in San Lorenzo e San Pantaleone. Maria Santissima di Porto Salvo, che si venera da circa quattro secoli a Melito. Ed ancora la Passione vivente, il Presepio vivente o statico e le varie processioni dei santi patroni per le vie del paese. La 1^ Comunione, la Cresima, il Battesimo, Pasqua, Natale, la Quaresima, la Festa dei Defunti e tutti gli altri appuntamenti ecclesiali, tipo la benedizione delle case.
Ma allora questa strana segnalazione al Vescovo, perché? C'è un attacco del Maligno? Occorre l'esorcista? Padre Livio Fanzaga, direttore di "Radio Maria.it", nei suoi celeberrimi lavori editoriale e letterari, afferma che ciò sia normale. Sta all'uomo saper resistere alle tentazioni. E la ben nota pietà popolare…la tradizione testimonia pertanto una grande ricchezza di modalità di orazione privata e comunitaria: è l'ambito generalmente chiamato "pietà popolare" o "religiosità popolare" o "devozionale", Fede, speranza carità,…fortezza, giustizia, prudenza, temperanza. Sul pretorio anche espressioni della cultura popolareggiante…" Il malocchio, è una delle tradizioni popolari più radicate, che tratta la superstizione del potere dello sguardo di produrre effetti sulla persona osservata; tale effetto può essere negativo, come portare malasorte su persone invidiate o detestate, o più raramente positivo, ad esempio la protezione della persona amata. Tale forma di superstizione, (wikipedia) priva di alcuna validità scientifica o di riscontri oggettivi, è diffusa a molte culture presenti e passate, sopravvivendo ostinatamente agli sviluppi storici e scientifici dell'Occidente. Gli effetti immaginari del malocchio consisterebbero in una serie di presunte "disgrazie" che, improvvisamente e in breve lasso di tempo, accadrebbero alla persona colpita, la quale potrebbe anche suggestionarsi.
Contro il malocchio, scaramanzia, superstizione, invidia, iettatura, scalogna… la cultura popolare usa un amuleto portafortuna, che varia a secondo delle società umane: ad esempio in Italia si usa fare le corna con le dita della mano, o toccare un oggetto in ferro o legno, o toccarsi i genitali, o portare addosso un corno di corallo, e per i devoti portare un santino o indossare una collanina con crocefisso…. A menza a quattru cantuneri nci fu l'Arcangelu Gabrieli, du occhi ti docchiaru, tri ti sanaru. Lu Patri, lu Figghiu, lu Spiritu Santu. Tutti li mali mi vannu a mari e lu beni mi veni ccani. Lu nomu di San Petru e lu nomu di San Pascali, lu mali mi vai a mari lu beni mi veni ccani". Lino Banfi nella celebre pellicola" Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio, diceva:" ego me baptizzo contro il malocchio. Puh! Puh! E con il peperoncino e un po' d' insaléta ti protegge la Madonna dell 'Incoronéta; con l'olio, il sale, e l'aceto ti protegge la Madonna dello Sterpeto; corrrrrno di bue, latte screméto, proteggi questa chésa dall' innominéto. Le virtù teologali, intellettuali, cardinali ecc. sono una panacea per parecchi addetti ai lavori. Già note ai filosofi antichi, in particolare a Platone, presso il cattolicesimo le virtù cardinali, denominate anche virtù umane principali, riguardano essenzialmente l'uomo e costituiscono i pilastri di una vita dedicata al bene.
Riguardano l'animo umano (differenziandole perciò dalle virtù teologali, che invece riguardano Dio) regolando la condotta in conformità alla fede, nonché alla ragione e possono sia essere infuse da Dio sia essere acquisite con la pratica. Inoltre, fonte Wikipedia, sono strettamente connesse alle virtù intellettuali: sapienza, scienza ed intelletto. Le quattro virtù cardinali. Prudenza. La prudenza (in latino prudentia) dispone la ragione pratica a discernere, in ogni circostanza, il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per attuarlo. Da un punto di vista strettamente biblico la prudenza evoca essenzialmente il dono della Sapienza, cioè la capacità di vedere ogni cosa alla luce di Dio, facendosi istruire da Lui circa le decisioni da prendere. Concretamente la prudenza consiste nel discernimento, cioè nella capacità di distinguere il vero dal falso e il bene dal male, smascherando -attraverso questa stessa virtù- le false verità (a volte difficilmente identificabili) approfondendo ciò che si vede. L'uomo prudente allora non è tanto l'indeciso, il cauto, il titubante, ma al contrario è uno che sa decidere con sano realismo, non si fa trascinare dai facili entusiasmi, non tentenna e non ha paura di osare e di andare contro una cultura lontana dalla legge di Dio. Giustizia. La giustizia (in latino iustitia) consiste nella volontà costante e ferma di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto e quindi, per mezzo di essa, intendiamo e conseguentemente operiamo ciò che è bene nei riguardi di Dio, di noi stessi e del prossimo.
È la più importante tra le virtù cardinali perché "chi pratica la giustizia è giusto come Egli [Cristo] è giusto" (1Giovanni 3,7) mentre "chi non pratica la giustizia non è da Dio" (1Giovanni 3,10) come dice San Giovanni. Fortezza. La fortezza (in latino fortitudo) assicura, nelle difficoltà, la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. La fortezza è la capacità di resistere alle avversità, di non scoraggiarsi dinanzi ai contrattempi, di perseverare nel cammino di perfezione, cioè di andare avanti ad ogni costo, senza lasciarsi vincere dalla pigrizia, dalla viltà, dalla paura. La fortezza si oppone alla pusillanimità che, come insegna san Tommaso, è il difetto di chi non raggiunge l'altezza delle proprie possibilità, cioè non si esprime nella pienezza delle sue potenzialità, fermandosi davanti agli ostacoli o accontentandosi di condurre un'esistenza mediocre. Temperanza. La temperanza (in latino temperantia) modera l'attrattiva dei piaceri sensibili e rende capaci di equilibrio nell'uso della materia. Se l'uomo, come l'animale, seguisse liberamente le proprie pulsioni, prodotto del peccato originale, finirebbe per diventare schiavo delle sue bramosie e delle sue passioni, giacché la parte animale dell'uomo è molto sensibile, se non controllata costantemente, alla degenerazione e all'abuso.
Occorre allora un impegno ascetico, che alleni la volontà e l'intelligenza ad evitare e a valutare ciò che può nuocere loro tramite il rapporto con Dio. Questa autoeducazione della volontà è precisamente la virtù della temperanza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che "la temperanza è la virtù morale che modera l'attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell'onestà" . In senso specificamente cristiano la temperanza diventa imitazione di Gesù, il quale è modello di equilibrio, perché sa essere temperante in tutti i suoi rapporti e in tutte le sue azioni. Festa delle Palme nell'Area Grecanica. Tradizione, rito greco, mitologìa, folklore, goliardia… Il vescovo di Reggio e Bova, Morosini Fiorini Giuseppe, ha interdetto la manifestazione della "Pupazze". Diamo per scontato che un vescovo, per giunta da poco insediatosi sul soglio del vescovo emerito Luigi Vittorio Mondello, che sul punto era stato molto più tollerante, non possa avere un quadro sufficientemente chiaro sugli usi, costumi e tradizioni dei fedeli. C'è la Curia. La Curia romana è il complesso di organi ed autorità che costituiscono l'apparato amministrativo della Santa Sede, che coordina e fornisce l'organizzazione necessaria per il corretto funzionamento della Chiesa cattolica e il raggiungimento dei suoi obiettivi. Viene generalmente considerata "il governo" della Chiesa.
Ogni diocesi cattolica, ha una curia nella sua amministrazione. La Costituzione apostolica Pastor Bonus del 1988, promulgata dal papa Giovanni Paolo II, ha regolamentato l'ultima riforma della Curia romana e delle sue Congregazioni. Va da sé, che la Curia sia formata da uomini, che non sono la Verità assoluta. Il "sentito dire" talora è ingannevole. A nostro avviso sarebbe stato più produttivo e prudente e meno traumatico, andare in fondo alla questione; informarsi meglio e di più. Una decisione, che risuona, in tutta l'area ellenofona ed anche fuori, come un fulmine a ciel sereno, che certamente, non poteva passare inosservata. Infatti. Chiacchiericcio, polemiche, critiche, congetture, pettegolezzo. Invenzione giornalistica? Pressione mediatica? Vedremo. Abbiamo condotto sul campo una specie d'inchiesta. Siamo andati cioè direttamente alla fonte. Al sindaco, al presidente della Pro Loco, al sacerdote, ai fedeli, all'uomo della strada. Per sentire vivavoce, la loro opinione direttamente sul posto. Abbiamo pure scattato delle fotografie, che costituiscono un documento storico. I vecchietti escono dalla chiesa provvisoria, tenendo in mano ramoscelli di olive e di palme intrecciate. Nonna Maria, nonna Giovanna, nonno Giuseppe. Ma ci sono pure le suore e tante mamme, adolescenti, bambini, donne adulte ed ancora tanti fedeli. Una fiumana di gente. Chi abita vicino cerca di guadagnare l'uscio di casa, l'aria è ancora fresca. Gli altri a bordo delle loro automobili, piano piano smammano. La fortuna ci assiste.
Incontriamo il presidente della Pro Loco Salvatore Maesano:"L'anno scorso abbiamo portato le "Pupazze, ma quest'anno il vescovo ha diramato precise disposizioni.". Ed il sindaco dottor Agostino Zavettieri:"Roghudi è stato da sempre un paese cattolico e continua ad esserlo. La nuova chiesa fra poco tempo verrà consacrata. In piazza, proprio davanti al Comune. Il vescovo ha dato disposizioni di non benedire le pupazze, né di portarle in processione? Prendiamo atto e rispettiamo le sue decisioni". Il parroco don Giovanni Zampaglione:"Un sacerdote per legge, deve obbedienza al vescovo. Quindi niente pupazze e niente processione o benedizione, con questi simulacri ". Usciamo in mezzo alla gente. Un vecchietto avanti con gli anni:"Ma quale rito pagano? Qui non ci sono pagani, ma credenti, cattolici con la "C" maiuscola. Più di tanti ciarlatani-". E commare Franca:"Ma quale malocchio, superstizione, scaramanzia. Sarei curioso di sapere, chi ha messo in giro queste fandonie". C'è il vicesindaco, qualche consigliere ecc. Tutti commentano alla stessa maniera. E si adeguano alle decisioni del vescovo. Ma un adolescente commenta:" Tutto questo casino, perché? Non ci sarebbe stato niente di male se fossero uscite le pupazze. In fondo, sono fatte con ramoscelli di oliva intrecciate. Proprio come nella Bibbia". Si raccontano numerose leggende: una di queste, è di origine greca e narra di un olivo raccolto ai confini del mondo da Ercole, in quel luogo nacque il bosco sacro a Zeus, dalle cui fronde venivano intrecciate le corone per i vincitori dei giochi olimpici. Quando Gesù entra in Gerusalemme, la folla lo accoglie agitando ramoscelli di oliva… "Pueri Hebraeorum portantes ramos olivarum obviaverunt Domino"…
Un altro aneddoto sull'ulivo riguarda invece la colomba che, per annunciare a Noè la fine del diluvio univerale, gli portò un ramoscello d'ulivo che teneva stretto tra le zampe. Comunque si è appurato che le prime piante selvatiche insistevano sull'isola di Creta fin dal 4000 A.C. e che successivamente i cretesi si sono specializzati nella coltivazione di tale pianta la quale successivamente verrà esportata in tutto il bacino del mediterraneo.
Il mito di Demetra e Persefone, collegato a questa storia. I misteri eleusini erano riti religiosi misterici che si celebravano ogni anno nel santuario di Demetra nell'antica città greca di Eleusi. I misteri rappresentavano il mito del ratto di Persefone, strappata alla madre Demetra dal re degli Inferi, Ade, in un ciclo di tre fasi, la "discesa" (la perdita), la "ricerca" e l'ascesa, dove il tema principale era la "ricerca" di Persefone e il suo ricongiungimento con la madre. Demetra, fonte mitologiagreca.blogspot.com, viene spesso confusa con Gaia, Rea o Cibele. L'epiteto con cui la dea viene più frequentemente chiamata rivela l'ampiezza e la portata delle sue funzioni nella vita greca del tempo: lei e Kore ("la fanciulla") erano solitamente invocate come "le due dee" ("to theo"), e questa definizione appare già nelle iscrizioni in scrittura Lineare B di epoca Micenea trovati a Pilo. È assolutamente plausibile che vi sia una connessione con i culti dedicati alle due dee nella civiltà minoica di Creta.
Secondo il retore ateniese Isocrate, i più grandi doni di Demetra all'umanità furono i cereali (il cui nome deriva dal nome latino di Demetra, "Cerere"), che hanno reso l'uomo diverso dagli animali selvatici e i Misteri, che gli hanno consentito di coltivare speranze più elevate per la vita terrena e per ciò che dopo la vita verrà. Persefone, che i romani chiamavano Proserpina, era figlia di Zeus e di Demetra. Era una giovane fanciulla, semplice e obbediente alla madre che non la lasciava mai. Un giorno di primavera però, mentre era con le sue amiche, sotto la vigilanza di Demetra, correndo in una vallata nei pressi di Enna, in Sicilia, Persefone si perse e nonostante chiedesse aiuto nessuno riuscì a sentirla; improvvisamente la terra si aprì sotto i suoi piedi, e dal baratro che si formò uscì un carro tirato da quattro cavalli neri come la pece. Era il carro dell'oscuro dio dell'Erebo, Hades, che afferrò la fanciulla, la portò sul carro e via giù nel baratro sprofondò nell'abisso; nessuno poté sentire le urla e i pianti della fanciulla spaventata. Demetra cercò inutilmente sua figlia e quando si accorse che era sparita fu presa dall'ansia. Si mise subito a cercarla nei dintorni, nella vallata, nei boschi, con la disperazione nell'anima; quando si accorse che stava calando la notte le venne in mente di invocare Ecate, che della notte era la signora. Ecate, che aveva sentito le urla di Persefone, fu molto ambigua nella sua risposta ma le consigliò di racarsi dal Sole al cui sguardo nulla può sfuggire.
Dopo un lungo vagare durato nove giorni e nove notti, si trovò dinanzi al palazzo del Sole che l'accolse col rispetto dovuto. Il Sole le spiegò che per volere di Zeus, Persefone era stata rapita da Hades che l'aveva portata giù nel regno tenebroso. Afflitta per la terribile notizia e arrabbiata con Zeus che aveva disposto di sua figlia senza dirle niente, Demetra si rifiutò di tornare sull'Olimpo e abbandonò il suo aspetto di dea; assunse le sembianze di una vecchia decrepita, vestita di cenci e riprese il suo lungo cammino, sperando di consumare il suo dolore, quando dalla Sicilia si ritrovò finalmente in Grecia, nell'Attica in Eleusi. Esausta si accasciò a terra, accanto a un pozzo e scoppiò a piangere. Passava di li una donna che ebbe pietà della vecchia e la condusse a casa sua. Era una casa molto povera, un capanna da pastore dove abitava infatti il pastore Celeo e sua moglie Metanira. Da essi erano nati due figli, Trittolemo e Demofoonte. I due pastori furono molto buoni e vicini a Demetra, che aveva raccontato della perdita della sua giovane figlia e la dea per ricambiare il bene che quelle umili persone gli avevano dato una notte cercò di guarire il piccolo Demofoonte, gravemente malato:
mentre i genitori erano in camera a dormire, prese il bambino e gli fece bere un decotto e poi secondo il rito a lei noto, mise il piccolo tra le fiamme mentre pronunciava delle formule magiche; Metanira appena vide quella scena, spaventata, strappò dalle fiamme il suo bambino e credendo che la donna fosse una pazza che voleva far del male ai suoi figli si infuriò. Demetra allora riprese le sue sembianze di dea e spiegò a Metanira che voleva rendere il piccolo immortale ma avendo lei interrotto il rito, non poteva più continuare anche se il bambino presto sarebbe guarito. Demofoonte infatti guarì. Negli Eleusi, Demetra fece innalzare un tempio e come sacerdote scelse Celeo a cui avrebbe dovuto succedere il figlio Trittolemo. Appena divenne grande, Demetra insegnò a Trittolemo tutti i riti del proprio culto e dell'arte della coltivazione. Trittolemo fu il primo uomo a costruire un aratro, a lui si attribuisce infatti la diffusione dell'agricoltura. Lasciato l'Eleusi Demetra riprese il proprio vagabondare, il suo cuore e il suo pensiero erano sempre rivolti all'amata figlia e al suo triste destino. Trovò il modo per risolvere il problema: con il semplice tocco delle sue mani rese la terra infruttuosa, tanto che gli uomini stavano morendo tutti; Zeus allora le mandò Iris, che non riuscì a placare l'ira di Demetra. Per salvare il genere umano fu Zeus a dover scendere a patti. Mandò Hermes da Hades per ottenere che Persefone tornasse a rivedere la luce del sole.
Il dio del regno oscuro obbedì purché poi sua moglie potesse tornare da lui, e per maggior sicurezza di questo ritorno, fece mangiare alla sua sposa alcuni chicchi di melagrana, simbolo del matrimonio, poiché una eterna legge del Destino stabiliva che chi avesse mangiato nella casa del marito alcuni chicchi di questo frutto presto avrebbe fatto ritorno. Persefone tornò alla luce del sole e la madre per questo evento festeggiò ricoprendo la terra di fiori e frutta. Zeus poi, per conciliare l'amore materno con le esigenze del marito, stabilì che Persefone avrebbe vissuto due terzi dell'anno con la madre e l'altro terzo con Hades nell'Erebo. Questo mito nasconde un simbolo: Persefone che deve scendere ogni anno nel regno sotterraneo non è che la figura del seme, del chicco del grano, che viene seppellito sotto terra e vi rimane appunto un terzo dell'anno, fino a primavera, Persefone ritorna da sua madre e il grano germoglia alla luce del sole. Persefone veniva rappresentata come giovane e bella, col capo incoronato dall'edera e con una fiaccola in mano come sua madre.".
Domenico Salvatore
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