Nella trincea dell'esistenza le vite di vivono
Di Pierfranco Bruni
C'è sempre un territorio dell'anima che spazia tra i luoghi di un'esistenza e si fa intreccio di sguardi. Cosa sono gli sguardi? Cosa è uno sguardo? Uno sguardo nella vita. Uno sguardo nella letteratura della vita. Ci sono i piaceri nei giorni. O ci sono i piaceri e i giorni.
Marcel Proust ha disegnato la malinconia lungo i cammini dei propri labirinti. Ci sarà sempre una morte che catturerà gli occhi (Cesare Pavese) che si specchiano nel vetro infranto di Oscar Wilde.
E questi occhi che hanno il vento della sabbia e il colore del mare (Francesco Grisi) segnano passaggi di tempo nelle vite che hanno trascorsi e attraversamenti tra un'ombra e un vento o tra l'ombra e il vento che rigano di memoria i passi inesorabile di una resistenza che è esistenza.
O forse siamo degli anonimi e restiamo come onda tra le onde in quella Laguna veneziana dove si sono consumati la vita e l'amore di Giuseppe Berto con "Anonimo veneziano" che annuncia la morte nella rinascita non di un amore ma dell'amore.
E qui l'attesa è un sentiero inevitabile e tutti i sentieri sono inevitabili fino a quando sono cammini al limite tra il gioco e il tragico.
Siamo dominati dalla tragedia. Di quella tragedia che non è greca ma di quella tragedia che rinasce con il dionisiaco della "rinascita" di Nietzsche.
Possiamo essere degli "anonimi", possiamo possedere il senso e l'orizzonte del tempo, ma restiamo sempre dei viandanti persi o ritrovati tra le strade di Gerico o lungo i tracciati di Damasco. Siamo nella scrittura di una letteratura che non può e non deve rappresentarsi perché il tutto vale come il niente e la ricchezza del niente (Raffaele Carrieri) ci offre il chiaro dei boschi nelle ombre che filtrano sempre la luce (Maria Zambrano). Lo sguardo può tutto questo?
Gli occhi possono avere il fulmine delle penetrazioni tra le parole di una letteratura inafferrabile. Inafferrabilità e decadenza. Le nostre mani stringono queste due verità che sono sostanzialmente delle impareggiabili metafore.
Ma tutta la vita nella letteratura é tragedia e metafora. La vita si smarrisce nello scorrere dei simboli. I simboli dichiarino il senso del perduto e il perduto che ritrova il vento della Grazia. La letteratura è sì una spaziatura, ma resta una risacca che ha la sua superfice e la sua profondità.
Siamo e restiamo immersi in una ricerca di pieghe dove ogni amore può diventare l'amore. La letteratura è in questo vagare tra le ombre schiarendo il cielo dalle nuvole. Ma il cammino si vive nelle solitudini tra l'uomo e il personaggio.
Tra ciò che siamo che siamo stati e cerchiamo di essere o di voler essere. Ma in fondo siamo dei viaggiatori tra i porti il vento d'altura. E i riposi non hanno mai il superamento delle trincee. Lo scrittore vive nella trincea dell'esistenza. O in una "montagna incantata" dove Thomas Mann continua a raccogliere le gocce di pioggia e misurare il passare delle ore.
C'è sempre un territorio dell'anima che spazia tra i luoghi di un'esistenza e si fa intreccio di sguardi. Cosa sono gli sguardi? Cosa è uno sguardo? Uno sguardo nella vita. Uno sguardo nella letteratura della vita. Ci sono i piaceri nei giorni. O ci sono i piaceri e i giorni.
Marcel Proust ha disegnato la malinconia lungo i cammini dei propri labirinti. Ci sarà sempre una morte che catturerà gli occhi (Cesare Pavese) che si specchiano nel vetro infranto di Oscar Wilde.
E questi occhi che hanno il vento della sabbia e il colore del mare (Francesco Grisi) segnano passaggi di tempo nelle vite che hanno trascorsi e attraversamenti tra un'ombra e un vento o tra l'ombra e il vento che rigano di memoria i passi inesorabile di una resistenza che è esistenza.
O forse siamo degli anonimi e restiamo come onda tra le onde in quella Laguna veneziana dove si sono consumati la vita e l'amore di Giuseppe Berto con "Anonimo veneziano" che annuncia la morte nella rinascita non di un amore ma dell'amore.
E qui l'attesa è un sentiero inevitabile e tutti i sentieri sono inevitabili fino a quando sono cammini al limite tra il gioco e il tragico.
Siamo dominati dalla tragedia. Di quella tragedia che non è greca ma di quella tragedia che rinasce con il dionisiaco della "rinascita" di Nietzsche.
Possiamo essere degli "anonimi", possiamo possedere il senso e l'orizzonte del tempo, ma restiamo sempre dei viandanti persi o ritrovati tra le strade di Gerico o lungo i tracciati di Damasco. Siamo nella scrittura di una letteratura che non può e non deve rappresentarsi perché il tutto vale come il niente e la ricchezza del niente (Raffaele Carrieri) ci offre il chiaro dei boschi nelle ombre che filtrano sempre la luce (Maria Zambrano). Lo sguardo può tutto questo?
Gli occhi possono avere il fulmine delle penetrazioni tra le parole di una letteratura inafferrabile. Inafferrabilità e decadenza. Le nostre mani stringono queste due verità che sono sostanzialmente delle impareggiabili metafore.
Ma tutta la vita nella letteratura é tragedia e metafora. La vita si smarrisce nello scorrere dei simboli. I simboli dichiarino il senso del perduto e il perduto che ritrova il vento della Grazia. La letteratura è sì una spaziatura, ma resta una risacca che ha la sua superfice e la sua profondità.
Siamo e restiamo immersi in una ricerca di pieghe dove ogni amore può diventare l'amore. La letteratura è in questo vagare tra le ombre schiarendo il cielo dalle nuvole. Ma il cammino si vive nelle solitudini tra l'uomo e il personaggio.
Tra ciò che siamo che siamo stati e cerchiamo di essere o di voler essere. Ma in fondo siamo dei viaggiatori tra i porti il vento d'altura. E i riposi non hanno mai il superamento delle trincee. Lo scrittore vive nella trincea dell'esistenza. O in una "montagna incantata" dove Thomas Mann continua a raccogliere le gocce di pioggia e misurare il passare delle ore.
Luigi Palamara
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
Cell.: +39 338 10 30 287
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